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Le norme del collegato lavoro sul tentativo facoltativo di conciliazione si applicano anche al licenziamento assistito da tutela obbligatoria?

Come noto, l’art. 31 della L. 183/2010 ha reso facoltativo l’esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie di cui agli artt. 409 sgg. c.p.c., con la sola eccezione di quelle aventi ad oggetto l’impugnazione dei contratti certificati in base all’art. 80, comma 4, decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, per le quali il previo esperimento del tentativo di conciliazione è ancora obbligatorio.

La medesima norma della L. 183/2010 (cd. Collegato lavoro) ha apportato modifiche sostanziali all’art. 410 c.p.c., disciplinando ex novo la procedura da seguire innanzi alle commissioni provinciali del lavoro la cui applicazione viene uniformemente estesa sia al settore privato che al pubblico impiego.

L’espressione utilizzata dal Legislatore della riforma, in apparenza, non lascia dubbi in ordine all’applicazione, generalizzata, della predetta disciplina a tutte le controversie aventi ad oggetto i rapporti di cui all’art. 409 c.p.c., con la sola segnalata eccezione delle controversie aventi ad oggetto l’impugnazione dei contratti certificati.

A ben vedere, tuttavia, la norma di cui all’art. 410 c.p.c., nel testo novellato dall’art. 31 L. 183/2010, si limita a sostituire la parola  “deve” con “può”, rendendo in tal modo facoltativo il tentativo obbligatorio di conciliazione, precedentemente previsto come obbligatorio, senza però abrogare le norme che ancora prevedono il tentativo di conciliazione ante causam quale condizione di procedibilità per la proposizione del ricorso giudiziale.

Ci si riferisce, in particolare, all’art. 5, comma 1, L. 108/90, norma ancora oggi vigente e non abrogata da altre norme successive, che impone la necessità, nelle controversie aventi ad oggetto l’impugnazione dei licenziamenti individuali non assistiti da “tutela reale” (ossia irrogati da imprese che occupano fino a 15 dipendenti, ovvero fino a 5 dipendenti se si tratta di imprenditori agricoli o fino a sessanta dipendenti, qualora non sia applicabile il disposto di cui all’art. 18, comma 1, L. 300/70), che la domanda giudiziale sia preceduta dalla richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione innanzi alla commissione territorialmente competente.

La norma de qua prevede la previa richiesta del tentativo di conciliazione quale condizione di procedibilità della domanda, la cui inosservanza può essere rilevata d’ufficio dal Giudice nella prima udienza di discussione.

La citata norma non si limita a prevedere l’obbligatorietà del previo esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione, ma, al comma 7, precisa che il comportamento complessivo delle parti in tale fase viene valutato dal giudice per l’applicazione degli artt. 91, 92 c.p.c. (condanna alle spese dl giudizio).

Appare chiara la finalità deflattiva della norma in esame, tesa a favorire la soluzione stragiudiziale di controversie di limitato valore, con la duplice previsione di imporre un tentativo di conciliazione “obbligatorio” ante causam e di tener conto della condotta complessiva delle parti avente immediata incidenza in termini di lite temeraria e condanna alle spese del successivo giudizio.

Il problema che si pone in conseguenza dell’entrata in vigore della norma sul collegato lavoro è quello di verificare la vigenza o meno della norma di cui all’art. 5, comma 1, L. 108/90 e, quindi, della prescritta obbligatorietà del tentativo di conciliazione in tali controversie.

Il problema appare non di poco rilievo considerando che, come osservato, il citato articolo, al comma 2, sanziona con l’improcedibilità (rilevabile ex officio dal Giudice non oltre l’udienza di discussione), l’omissione del tentativo obbligatorio di conciliazione ante causam e considerando che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con circolare del 25 novembre 2010, ha fornito istruzioni ben precise adeguandosi al dato testuale dell’art. 31, comma 4, L. 183/2010, dimostrando di ritenere obbligatoria la conciliazione solo in caso impugnazione di contratti certificati.

Ad avviso di chi scrive una possibile soluzione a tale “aporia” normativa potrebbe essere rinvenuta nell’art. 15 delle “preleggi” laddove si prevede quale meccanismo abrogativo di leggi, astrattamente applicabile al caso in esame, l’incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti, ovvero l’ipotesi in cui la nuova legge regoli l’intera materia già disciplinata dalla legge anteriore.

In attesa di un auspicabile chiarimento sulla attuale vigenza della disposizione di cui all’art. 5, comma 1, L. 108/90, a seguito delle riforme apportate all’art. 410 c.p.c. dalle norme del Collegato lavoro, si segnala il rischio di pronunce giurisprudenziali contrastanti e inutili perdite di tempo connesse alla declaratoria di improcedibilità e conseguente sospensione dei giudizi aventi ad oggetto l’impugnativa di licenziamenti rientranti nella raggio di applicazione del citato art. 5 L. 108/90, non preceduti dalla previa richiesta di esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione.

 

Avv. Andrea Lutri 

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