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In tema di dichiarazione del terzo datore di lavoro o Istituto previdenziale nel procedimento presso terzi

 

 

SOMMARIO:

1. Posizione del problema; 2. Il procedimento del pignoramento presso terzi; 3. La dichiarazione del terzo; 4. Conclusioni.

 

 

1. Posizione del problema.

Al fine tentare di dare una soluzione al quesito proposto è necessario operare una sia pur breve ricostruzione della disciplina che regola il procedimento del pignoramento presso terzi.

L’espropriazione presso terzi è disciplinata dal codice di procedura civile, nel suo aspetto particolare, dagli articoli che vanno dal 543-554.

L’art. 543 c.p.c. prevede due distinte ipotesi di pignoramento presso terzi: quello relativo ai crediti di un terzo nei confronti del debitore esecutato e quello dei beni mobili di proprietà dello stesso debitore in possesso di un terzo.

Dette peculiari forme del pignoramento, e dell’espropriazione, presso terzi sono previste allorchè il bene da assoggettare all’esecuzione sia costituito da un credito oppure da una cosa che si trovi in possesso di un terzo.

Sotto il primo profilo, premesso che deve trattarsi esclusivamente di crediti di denaro, il discorso concerne anche (purchè dotati di una futura capacità satisfattiva, concretamente prospettabile al momento dell’assegnazione) crediti futuri, illiquidi o inesigibili, con la conseguente pignorabilità dei crediti non ancora maturati inerenti a rapporti continuativi, quali il lavoro subordinato, ovvero il credito vantato dal promissario acquirente.

Sotto il secondo profilo, il riferimento viene fatto a cose situate in luoghi di appartenenza del terzo e sottratte alla diretta disponibilità del debitore, ancorchè la situazione detentiva facente capo al terzo non sia connotabile in termini di vero e proprio possesso.

Non vi è dubbio che il pignoramento dei crediti costituisce, in percentuale, la quasi totalità delle procedure di espropriazione presso terzi. Anche dal punto di vista teorico, è l’ipotesi di pignoramento dei crediti quella che richiede un maggiore approfondimento dogmatico e che  fornisce le maggiori difficoltà applicative.

È necessario sottolineare, però, con riguardo al pignoramento di cose mobili, che occorre pur sempre che esse siano di proprietà del debitore, essendo invece l’espropriazione nei confronti del terzo proprietario di un bene distintamente disciplinata dagli articoli 602 e seguenti del codice di rito civile.

Per “cose in possesso dei terzi” deve intendersi, da un lato, che le cose stesse non devono trovarsi nella casa del debitore (nel qual caso bisogna fare riferimento agli articoli 513 e  seguenti c.p.c. o essere soggette alla disponibilità diretta ed immediata del debitore medesimo e, dall’altro, che detta disponibilità deve far capo al terzo, senza che altri soggetti possano interporsi, sia pure a titolo precario o temporaneo.

 

2. Il procedimento del pignoramento presso terzi.

La forma dell’atto di pignoramento presso terzi è quella espressamente richiesta dall’art. 543 c.p.c..

Una semplice lettura della norma sopra citata è sufficiente ad evidenziare come l’atto in questione sia costituito da due parti distinte, cosicché può fondatamente parlarsi di fattispecie a formazione progressiva.

Una prima parte dell’atto, proveniente dal creditore, è incentrata sulla citazione a comparire del terzo e del debitore; una seconda, invece, è propria dell’ufficiale giudiziario ed è costituita dalla dichiarazione di pignoramento e dall’intimazione di cui all’art. 492 c.p.c. al debitore (che deve, pertanto, astenersi dal porre in essere atti finalizzati a sottrarre alla garanzia del credito i beni assoggettati alla espropriazione).

Per ciò che riguarda la parte dell’atto compiuta dal creditore, i contenuti richiesti dalla legge sono quelli elencati nel secondo comma dell’art. 543 c.p.c..

A questo proposito, va subito ricordato come, trattandosi di citazione a comparire davanti al giudice, l’atto in questione non può essere fatto dalla parte personalmente, salvo che essa non sia abilitata o autorizzata a stare in giudizio di persona.

Il creditore è poi tenuto ad indicare il credito per il quale si procede, il titolo esecutivo ed il precetto.

L’indicazione del titolo esecutivo deve risultare con chiarezza, anche per relationem rispetto al contenuto dell’atto di precetto notificato.

Parimenti l’atto deve contenere l’indicazione, almeno generica, delle cose o delle somme dovute dal terzo, con l’intimazione a quest’ultimo di non disporne senza un ordine del giudice.

Si è sostenuto che l’espressione legislativa non legittima alcuna distinzione, ai fini della validità del pignoramento, circa il grado di genericità dell’ individuazione delle cose o delle somme pignorate, sicché potrebbe legittimamente aversi anche una indicazione assolutamente generica dei beni o delle somme.

L’affermazione ha una sua logica, posto che il creditore potrebbe avere serie difficoltà a conoscere i dati esatti concernenti tali somme o cose, a causa della sua estraneità ai rapporti tra debitore e terzo.

Alla genericità della suddetta indicazione potrà porre rimedio la successiva dichiarazione del terzo, mentre, viceversa, una indicazione troppo specifica potrebbe giustificare una dichiarazione capziosamente reticente dello stesso terzo.

Il creditore deve, altresì , dichiarare la residenza o eleggere il domicilio nel comune dove ha sede il tribunale competente.

La violazione di tale obbligo comporta, però, quale unica conseguenza, che le comunicazioni e notificazioni al creditore procedente andranno fatte presso la cancelleria del giudice adito.

Come visto, l’art 543, secondo comma, n.4 c.p.c. richiede espressamente che l’atto di pignoramento debba contenere la citazione del terzo e del debitore a comparire davanti al giudice dell’esecuzione del luogo di residenza del terzo, affinché quest’ultimo renda la dichiarazione prevista dall’art. 547 c.p.c. ed il debitore sia presente alla dichiarazione ed agli atti ulteriori, con invito al terzo a comparire quando il pignoramento riguarda crediti di cui all’art. 545, commi terzo e quarto, del codice di rito civile, e negli altri casi a comunicare la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c., al creditore procedente, entro dieci giorni a mezzo raccomandata.

Circa le attività dell’ufficiale giudiziario, è necessario premettere che l’atto di pignoramento deve essere notificato personalmente al terzo ed al debitore ai sensi degli articoli 137 e ss. c.p.c..

L’ufficiale giudiziario procede alla notificazione dopo avere esaminato il titolo esecutivo ed il precetto a lui esibiti dal creditore.

Al procedimento di espropriazione presso terzi partecipano, quindi, necessariamente, il creditore procedente, il debitore esecutato ed il terzo pignorato.

Mentre il primo ed il secondo sono, rispettivamente, parte attiva e passiva in senso sostanziale e processuale, il terzo è parte solo agli effetti processuali.

Non può, perciò, il terzo ritenersi soggetto sottoposto all’esecuzione, rappresentando soltanto lo strumento necessario a consentire la prosecuzione del relativo procedimento nei confronti del debitore esecutato.

È ormai pacificamente affermato che il creditore agisce non “utendo iuribus” del debitore, ma “iure proprio”.

Egli agisce, infatti, in forza del titolo esecutivo che possiede nei confronti del suo debitore, mentre non è necessario che, a sua volta, il debitore possegga un titolo esecutivo contro il terzo.

Va ricordato, anche, che può coincidere la persona del creditore procedente con quella del terzo pignorato, quando oggetto del pignoramento sia quanto dovuto dal creditore nei confronti del debitore esecutato.

È stato anche affermato che l’atto di pignoramento presso terzi ha la funzione di imporre sul credito del debitore esecutato un vincolo di destinazione per il soddisfacimento del procedente all’espropriazione.

Se questo è, pacificamente, lo scopo del pignoramento in esame, controversa appare invece l’individuazione del momento perfezionativo del pignoramento medesimo.

La giurisprudenza, di gran lunga prevalente, pur individuando il momento iniziale del pignoramento ex art. 543 c.p.c. con la notifica al terzo ed al debitore dell’atto contenente l’ingiunzione di cui all’art. 492 c.p.c., insiste nell’affermare che il pignoramento presso terzi costituisce una fattispecie complessa che si perfeziona con la dichiarazione non contestata del terzo o con la sentenza di accertamento dell’obbligo del terzo.

Ciò in quanto solo con la dichiarazione o con l’accertamento è possibile riscontrare l’esistenza del bene pignorato ed individuarlo esattamente.

Così come previsto, per le cose mobili, dagli articoli 514 e ss. c.p.c., non tutti i crediti sono liberamente pignorabili.

L’art. 545 c.p.c. ed alcune disposizioni contenute nelle leggi speciali fissano i limiti oggettivi del pignoramento dei crediti nell’espropriazione presso terzi.

All’udienza fissata nell’atto di pignoramento dovrebbero, in teoria, comparire il creditore pignorante, il debitore esecutato ed il terzo pignorato.

La comparizione del debitore e del terzo sana – come è noto - gli eventuali vizi di notifica dell’atto di pignoramento.

La presenza, o no, del debitore, regolarmente citato, non ha rilievo in relazione allo svolgimento dell’udienza in esame e non impedisce la dichiarazione del terzo.

La mancata comparizione del creditore costringe, viceversa, il giudice a fissare una nuova udienza ex art. 631 c.p.c., nella quale, persistendo l’assenza del creditore, il processo esecutivo deve essere dichiarato estinto.

Il terzo, come detto, non diviene parte del processo esecutivo, non è tenuto a comparire, non può far valere l’eventuale impignorabilità dei beni di cui sia debitore, né eccepire nullità all’accertamento delle quali non abbia un proprio interesse.

In sostanza egli è soltanto lo strumento necessario per consentire il perfezionamento del procedimento esecutivo intrapreso nei confronti del debitore.

Ne deriva che la mancata presentazione del terzo all’udienza o la sua mancata dichiarazione – diversamente dal caso in cui egli renda una dichiarazione altamente reticente ed elusiva – non costituiscono comportamenti antigiuridici per lui produttivi dell’obbligo di risarcire eventuali danni in favore del creditore esecutante.

Ogni discorso relativo alla natura ed alla funzione della dichiarazione del terzo deve essere ricollegato alla problematica dell’individuazione del momento perfezionativo del pignoramento della sua natura di procedimento a formazione complessa.

Senza volere esaminare, in questa sede, approfonditamente la questione, può comunque dirsi che la dichiarazione del terzo costituisce un atto del processo esecutivo, che consente l’individuazione, attraverso la specificazione delle cose o delle somme di cui sia debitore che il terzo è tenuto a fare ( “il terzo deve specificare”, recita l’art. 547 c.p.c.), dei beni soltanto genericamente indicati nell’atto di pignoramento (art. 543, secondo comma, n.2, c.p.c.).

Con la riforma contenuta nella legge del 24 febbraio 2006, n. 52, si è riconosciuta al terzo la facoltà di rendere la propria dichiarazione, anziché direttamente all’udienza, a mezzo raccomandata  inviata al creditore procedente (così il nuovo dettato dell’art. 547, primo comma, c.p.c.).

 

3. La dichiarazione del terzo.

Conformemente a questa nuova possibilità la disposizione del comma secondo, n. 4, dell’art. 543 c.p.c. è stata riscritta prevedendo che, con esclusione delle ipotesi in cui l’esecuzione riguardi i crediti cui è fatto riferimento nell’art. 545, commi 3 e 4, c.p.c., l’atto di pignoramento debba contenere l’invito al terzo a comunicare, entro dieci giorni, la propria dichiarazione direttamente al creditore, per il tramite della raccomandata suddetta.

Resta ferma, anche in tal caso, la necessità della citazione del debitore all’udienza, in quanto essa è, comunque, lo snodo essenziale del procedimento espropriativo, in base alla considerazione che, in qualunque forma sia stata resa la dichiarazione del terzo, soltanto in udienza potranno compiersi i successivi atti del procedimento.

La previsione normativa cui si è fatto riferimento è palesemente finalizzata a rendere più agevoli gli adempimenti del terzo debitor debitoris, evitandogli l’obbligo di doversi recare personalmente in udienza per rendere la dichiarazione de qua.

In sede di primi commenti alla riforma intervenuta con la legge n. 52/2006, si è sostenuto che la norma conterrebbe un evidente errore materiale nel rinvio ai crediti di cui ai commi 3 e 4, anziché a quelli di cui ai commi 1, 2 e 3.

Difficile in effetti è cogliere il significato del richiamo compiuto al comma 4, che non individua una categoria di crediti distinta e ulteriore rispetto a quella di cui al precedente comma 3.

Inoltre, non si comprende perché la raccomandata contenente la dichiarazione debba essere mandata ( a norma dell’art. 543, secondo comma, punto 4, c.p.c.) al solo creditore procedente e non al giudice (rectius: ufficio giudiziario) investito della competenza in materia ed in ogni caso perché non debba essere inviata anche al debitore.

Volendo, infatti, ricostruire la situazione che si verifica in udienza sarebbe opportuno inviare la dichiarazione ai tre protagonisti del processo: giudice, attore e convenuto.

E al di là di ciò restano da spiegare i motivi della disposta applicazione ai crediti di lavoro, oggetto delle previsioni del citato comma 3, di un regime giuridico differenziato rispetto agli altri crediti impignorabili, in base al quale per il datore di lavoro è prevista esclusivamente la presenza in udienza.

Per quanto riguarda la comunicazione, in mancanza di esplicite comminatorie di decadenza, il termine di dieci giorni assegnato al terzo appare qualificabile come ordinatorio.

Con la propria dichiarazione il terzo è anzitutto tenuto a specificare di quali cose si trovi in possesso o di quali somme risulti debitore. Sotto il primo profilo egli è tenuto a fornire tutti gli elementi utili all’esatta individuazione dei beni mobili appartenenti al debitore escusso, di cui sarebbe effettivo possessore, nonché a indicare la causa in virtù della quale tali beni si troverebbero presso di lui; sotto il secondo, è la fonte costitutiva del credito a dover essere dichiarata, insieme al suo preciso e totale importo, che è interesse del creditore conoscere.

Alla luce delle predette considerazioni, in ordine alla disciplina del pignoramento presso terzi, deve concludersi che, per consentire al terzo di fornire la dichiarazione mediante invio di lettera raccomandata, anziché direttamente in udienza, il discrimine è rappresentato dalla natura dei crediti oggetto di pignoramento.

Come detto, in base all’art. 543 del codice di rito civile, i crediti per i quali il terzo deve rendere la dichiarazione in udienza riguardano “le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego”.

Resta, al riguardo, il dubbio avanzato da una parte della dottrina se ai crediti di lavoro debbano essere assimilati anche quelli pensionistici e/o previdenziali, in particolare quelli dell’Inps.

Inoltre, con riferimento agli Ordinamenti previdenziali dei liberi professionisti, deve rilevarsi come il regime della pignorabilità della pensione, in virtù delle rispettive specifiche normative (cfr. ad esempio l’art. 47 della L. n. 6/1952 per Cassa Forense e l’art. 33 della L. n. 100/1963) è lo stesso previsto dal DPR n. 180/1950 per gli impiegati dello Stato.

A tale riguardo, dal combinato disposto degli articoli 1 e 2 del DPR citato, emerge che le pensioni erogate dagli enti previdenziali dei liberi professionisti sono insequestrabili ed impignorabili, salvo specifiche eccezioni e nei limiti previsti per ciascuna di esse.

Segnatamente, sono soggette a sequestro ed a pignoramento fino alla concorrenza di un terzo, valutato al netto delle ritenute per causa di alimenti dovuti per legge; fino alla concorrenza di un quinto, valutato al netto delle ritenute, per debiti verso lo Stato e verso gli altri enti, aziende ed imprese da cui il debitore dipende derivanti dal rapporto di impiego o di lavoro; fino alla concorrenza di un quinto valutato al netto di ritenute, per tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, facenti carico, fin dalla loro origine, all’impiegato o salariato.

La richiamata normativa è stata recentemente fatta oggetto di attenzione da parte della Corte Costituzionale che ha sensibilmente aumentato l’ambito della pignorabilità della pensione.

In particolare, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della norma nella parte in cui dichiara l’assoluta impignorabilità della pensione anziché dichiarare esclusivamente l’impignorabilità di quella quota della pensione necessaria per garantire il minimo vitale con l’assoggettamento della residua parte al pignoramento e/o al sequestro nei limiti del quinto.

Per effetto della decisione n. 506 del 2002 dei giudici della costituzionalità delle leggi, le pensioni percepite dai liberi professionisti restano soggette a pignoramento per intero nei limiti stabiliti dall’art. 2 del DPR n. 180/1950 per i crediti qualificati in esso indicati mentre, per i restanti crediti, sono soggette a pignoramento nei limiti del quinto in ordine alla quota pensionistica eccedente il minimo vitale.

Tale interpretazione, tuttavia, contrasta con il tenore letterale del citato art. 543 c.p.c. il quale, come detto, al secondo comma, testualmente, recita “l'atto deve contenere, oltre all'ingiunzione al debitore di cui all'articolo 492: 1) l'indicazione del credito per il quale si procede, del titolo esecutivo e del precetto; 2) l'indicazione, almeno generica, delle cose o delle somme dovute e l'intimazione al terzo di non disporne senza ordine di giudice; 3) la dichiarazione di residenza o l'elezione di domicilio nel comune in cui ha sede il tribunale competente; 4) la citazione del terzo e del debitore a comparire davanti al giudice del luogo di residenza del terzo, affinché questi faccia la dichiarazione di cui all'articolo 547 e il debitore sia presente alla dichiarazione e agli atti ulteriori, con invito al terzo a comparire quando il pignoramento riguarda i crediti di cui all'articolo 545, commi terzo e quarto, e negli altri casi a comunicare la dichiarazione di cui all'articolo 547 al creditore procedente entro dieci giorni a mezzo raccomandata”.

 

4. Conclusioni.

Pertanto, come detto, la disposizione del comma secondo, n. 4, dell’art. 543 c.p.c. è stata modificata prevedendo che, con esclusione delle ipotesi in cui l’esecuzione riguardi i crediti cui fa riferimento l’art. 545, commi 3 e 4, c.p.c., l’atto di pignoramento debba contenere l’invito al terzo a comunicare, entro dieci giorni, la propria dichiarazione direttamente al creditore, per il tramite della raccomandata suddetta.

C’è da chiedersi quale sia, in effetti, la ratio in base alla quale il legislatore del 2006 ha ritenuto di imporre al terzo datore di lavoro un onere aggiuntivo, o meglio, ha ritenuto di non doverlo agevolare, come ha fatto per gli altri terzi, consentendogli di effettuare la loro dichiarazione a mezzo di una raccomandata.

La razione di tale diverso trattamento non può essere ricercata nella circostanza che i crediti di lavoro sono, in parte, impignorabili e quindi la presenza del terzo datore di lavoro in udienza potrebbe dare maggior certezza circa la pignorabilità del credito, in quanto come è facile rilevare, dalla semplice lettura della normativa (art. 545 c.p.c.), altri beni impignorabili, anche se in possesso di terzi, non sottopongono il terzo all’obbligo di presenza in udienza, né può affermarsi che detta precauzione deriva dalla natura del rapporto di dipendenza in quanto altri crediti pure di natura alimentare (art. 545, comma 1, c.p.c.) non sono ricompresi nella restrizione di cui al punto 4 del primo comma dell’articolo 543 del codice di rito civile.

Invero, l’analisi della normativa non offre alcuna giustificazione logica in relazione alla prevista necessità per il terzo datore di lavoro di essere presente in udienza, tuttavia, in assenza di un pronunciamento della Corte Costituzionale (auspicabile in quanto non si comprende la diversità di tale differente trattamento con palese lesione del principio di eguaglianza) o di una modifica normativa, il dato normativo appare difficilmente superabile.

Va, a questo punto, verificata la natura dell’elenco contenuto nell’art. 545 c.p.c.

Invero, la norma fa riferimento, esclusivamente, alle “somme dovute da privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento”, escludendo dall’elencazione i crediti aventi natura previdenziale.

E’, dunque, necessario chiedersi se tale elenco abbia valore tassativo o se, invece, ad esso possa attribuirsi valenza esemplificativa, legittimando, al riguardo, l’analogia. Inoltre, è necessario chiedersi se tra “le altre indennità relative al rapporto di lavoro” si debbano considerare anche quelle di natura previdenziale e/o pensionistica.

Essendo un elenco atto ad imporre un comportamento più oneroso al terzo non è, a mio avviso, possibile considerare l’elencazione, contenuta nell’art. 543 c.p.c., di natura esemplificativa, ma essa deve essere interpretata in modo restrittivo non potendosi imporre dei vincoli sulla base di una mera lettura analogica della norma.

Del resto l’analogia nei confronti di un istituto previdenziale non appare praticabile in quanto, in tal modo, si estenderebbero ad un soggetto diverso dal datore di lavoro obblighi propri del solo datore.

In virtù delle predette considerazioni, alla luce di una rigorosa interpretazione letterale della norma in esame, può dunque ritenersi che, nell’ipotesi di espropriazione presso terzi nei confronti di un istituto previdenziale, il terzo possa limitarsi a rendere la prescritta dichiarazione a mezzo raccomandata, senza necessità di comparire all’udienza indicata.

Invero, la comparizione in udienza, comporterebbe per l’Ente previdenziale una evidente dispersione di energie lavorative ed un inutile aggravio di costi, dovendo inviare, in ogni udienza, un proprio funzionario, munito di procura speciale.

È del tutto evidente, pertanto, come una gestione efficiente delle risorse induca a preferire la soluzione, nel caso di pignoramento presso terzi, dell’invio della raccomandata al creditore procedente entro il termine di dieci giorni.

Del resto se il giudice adito non dovesse considerare idonea una dichiarazione inviata a mezzo del servizio postale potrebbe in ogni caso, in base ai poteri a lui conferiti dalla normativa, invitare il terzo a rendere direttamente la dichiarazione in udienza.

In questo specifico caso, comunque, al terzo non può essere comminata alcuna sanzione.

In conclusione, alla luce delle predette considerazioni, tenuto conto delle disposizioni normative vigenti, nella ipotesi in cui un istituto previdenziale, in qualità di terzo, dovesse essere chiamato a fornire la dichiarazione, si ritiene possibile che lo stesso renda la stessa a mezzo raccomandata da inviare al creditore procedente dieci giorni prima della udienza fissata a norma dell’art. 543 c.p.c.

                                             

 

Prof. Piero Sandulli                         

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