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Il procedimento sommario di cognizione ed il rito del lavoro (osservazioni alla sentenza del Tribunale di Napoli 25 gennaio 2011)

 

SOMMARIO

1.  Posizione del problema. – 2.  Natura e finalità del procedimento sommario. – 3.  Applicabilità del procedimento sommario al rito del lavoro. –  4. Conclusione.

 

 

1. Posizione del problema.

Il Tribunale civile di Napoli, con una recente decisione, ha ritenuto applicabile il procedimento sommario di cognizione, voluto dalla legge n. 69 del 2009 e regolato dagli articoli 702 bis, 702 ter e 702 quater del codice di procedura civile, anche ai giudizi per i quali è previsto il rito speciale del lavoro[1].

L’affermazione del giudice napoletano si basa su cinque rilievi che appare opportuno, in questa sede, trascrivere integralmente, al fine di poterli successivamente analizzare.

Ritiene, infatti, il tribunale partenopeo che “1) il secondo comma dell’art. 702 ter c.p.c. subordina la dichiarazione di ammissibilità della domanda alla ricorrenza della condizione di cui all’art. 702 bis c.p.c, il quale si limita a stabilire che il rito sommario di cognizione è precluso per le cause che rientrano nella competenza decisoria del collegio, indipendentemente dal rito prescritto; 2) il rito sommario di cognizione è  un rito alternativo, da un canto, al rito ordinario di cognizione e, dall’altro, al rito delle cause di lavoro e assimilabili; 3) la stessa collocazione sistematica del procedimento sommario di cognizione nel libro quarto dei procedimenti speciali dei c.p.c. ex artt. 702 bis  e seg. lascia intendere la sua compatibilità sia con le cause instaurabili con il rito ordinario che con le cause che seguono il rito del lavoro; 4) il terzo comma dell’art. 702 ter c.p.c., il quale prevede la fissazione dell’udienza ex art. 183 c.p.c. (rectius udienza di trattazione), qualora le difese svolte dalle parti richiedano un’istruzione non sommaria, non ha un significativo selettivo dell’utilizzabilità del rito sommario ma deve essere interpretato quale riconoscimento del passaggio da un rito all’altro, in difetto dei presupposti del rito sommario (con la conseguenza che l’omesso richiamo all’art. 420 c.p.c costituisce una mera svista, integrabile in via ermeneutica); 5) l’utilità del rito sommario può essere rintracciata anche in confronto alle cause di lavoro ed assimilabili, benché il relativo rito speciale sia connotato dai caratteri della speditezza e celerità, poiché l’introduzione della procedura ex art. 702 bis e seg. c.p.c. si fonda sull’autonomo presupposto della sufficienza di un’istruttoria sommaria, che garantisce una trattazione della causa ancora più snella e deformalizzata”.

Gli argomenti apportati dal Tribunale di Napoli non appaiono, però, convincenti lasciando non poche perplessità relative anche alle stesse modalità argomentative utilizzate.

 

2. Natura e finalità del procedimento sommario.

Al fine di poter comprendere (e confutare) gli assiomi argomentativi del giudice napoletano è necessario prendere le mosse dall’analisi della natura e delle finalità del nuovo procedimento sommario, dettato dal legislatore con la legge 18 giugno 2009, n. 69 (art. 51) ed inserito nel quarto libro del codice di rito civile.

Il Legislatore, con l’introduzione del capo III bis, composto dagli articoli 702 bis, ter e quater all’interno del codice di rito civile ha, infatti, previsto un nuovo modello di giudizio[2], di natura non cautelare[3], in grado di offrire non solo una tutela di condanna, ma anche quella di accertamento e costitutiva[4].

Esso si pone come alternativa al giudizio di primo grado[5], pur avendo un ambito di applicazione ben più ristretto[6], giacchè è utilizzabile esclusivamente per le controversie in cui il tribunale giudica in composizione monocratica;  rimangono, dunque, escluse le materie elencate dall’art. 50 bis c.p.c.  ed i casi in cui la natura della controversia e le prove addotte dalle parti, rendano sufficiente una fase istruttoria c.d. sommaria[7].

La causa deve essere introdotta con ricorso, anche se l’atto introduttivo deve ricalcare gli stessi elementi della citazione, cui segue il decreto di fissazione della data di udienza, ad opera del tribunale: entrambi gli atti andranno notificati al convenuto, nei trenta giorni antecedenti alla scadenza della costituzione, che dovrà avvenire con il deposito in cancelleria della comparsa di costituzione e risposta, almeno dieci giorni prima dell’udienza fissata dal giudice.

Il procedimento, così instaurato, dovrebbe, teoricamente esaurirsi nella prima ed unica udienza di comparizione, poiché l’istruzione è completamente rimessa al potere discrezionale del giudice, che vi procede solo ove lo ritenga necessario, in relazione all’oggetto del provvedimento richiesto.

La decisione assume la forma dell’ordinanza, che può essere di accoglimento o di rigetto: nel primo caso, ove trattasi di condanna, essa forma titolo esecutivo, ovvero, in ipotesi di pronuncia di accertamento o costitutiva, è titolo valido per la trascrizione.

In ogni caso la pronuncia è, comunque, soggetta al regime di impugnazione dell’appello, che deve essere proposto nel termine di 30 giorni dalla comunicazione o notificazione,  per il quale è stata prevista una deroga particolare: sono, infatti ammessi nuovi mezzi di prova e documenti, ove la parte provi di non averli potuti proporre per motivi alla stessa non imputabili, ovvero il Collegio li ritenga rilevanti per la decisione[8].

Se nessuna delle parti impugna nel termine previsto dal legislatore, la pronuncia resa in primo grado produce gli effetti di cui all’art. 2909 c.c. e conseguentemente passa in giudicato[9]

Da quanto, sin ora, analizzato, si comprende che questo nuovo “rito alternativo” è stato introdotto per rispondere ad esigenze di celerità e semplificazione dei processi, che da più parti erano state invocate[10].

 

3. Applicabilità del procedimento sommario al rito del lavoro.

Operati i riferimenti al funzionamento del nuovo procedimento sommario, contenuto nel quarto libro del codice di procedura civile[11], è ora necessario verificare se esso possa, o no, trovare applicazione nelle cause per le quali il legislatore ha previsto l’applicazione del rito del lavoro, cioè non solo quelle indicate dall’articolo 409 c.p.c., ma anche quelle in materia previdenziale (art. 442 e ss.) e locatizia (art. 447 bis)[12], e soprattutto se, in quest’ottica, appare convincente la soluzione adottata dal Tribunale di Napoli.

Gli argomenti utilizzati dal giudice partenopeo, come già ricordato in precedenza, non convincono in quanto lo stesso si limita ad affermare assiomaticamente, senza confutare la propria tesi, che il rito sommario di natura generale possa trovare applicazione anche in sostituzione di un rito speciale quale è quello del lavoro. Inoltre, per sostenere l’applicabilità di tale procedura alternativa si sarebbe dovuto dare conto, in maniera più esplicita e convincente, dei vantaggi, in termini di competitività e quindi di durata e di economia processuale, che l’applicazione del procedimento sommario può dare ad un rito quale quello del lavoro che è già connotato dai coefficienti della concentrazione e della immediatezza.

Invero, la decisione del giudice di Napoli nell’affermare, al punto 4 delle sue argomentazioni, che l’omesso richiamo nell’art. 702 ter, all’articolo 420 “costituisce una mera svista, integrabile in via ermeneutica[13], mentre, a detta dello stesso giudice, non sono degni di specifica attenzione i richiami espressi agli articoli 163, 167 bis e 183 c.p.c., che non lasciano affatto pensare ad una mera svista, ma, piuttosto, alla volontà di escludere qualsiasi riferimento al rito speciale del lavoro[14].

Dunque, gli argomenti offerti nei punti 1 e 2 sono tautologici e non apportano al dibattito alcunchè in favore dell’applicazione del procedimento sommario al rito del lavoro; mentre il rilievo contenuto nel punto numero 3, relativo alla collocazione nel quarto libro del codice di rito civile del procedimento sommario, offre spunti di riflessione utilizzabili anche a favore della tesi opposta apparendo, dunque, ininfluente.

Al riguardo può sostenersi, infatti, che proprio la collocazione nel quarto libro del codice di rito, atta a sottolinearne l’eccezionalità (della quale una parte della dottrina dubita della correttezza), tende ad escludere l’applicazione di tale procedimento nei confronti di un rito speciale quale quello del lavoro.

Resta, dunque, la sola argomentazione, contenuta al punto 5 della decisione del Tribunale di Napoli, secondo la quale “l’utilità del rito sommario può essere rintracciata anche nei confronti delle cause di lavoro ed assimilabili …. poiché l’introduzione della procedura ex art. 702 bis e seguenti c.p.c., si fonde sull’autonomo presupposto della sufficienza di una istruttoria sommaria, che garantisce una trattazione della causa ancora più snella e deformalizzata”.

Anche tale affermazione non appare convincente in quanto, a ben vedere, è proprio sullo schema del processo del lavoro che il legislatore del 2009 ha previsto gli elementi fondamentali del procedimento sommario, che è introdotto da un ricorso e che detta, per la costituzione del convenuto, tempi e modalità analoghe a quelle del rito del lavoro[15].

Sotto il profilo della contrazione dei tempi del giudizio non sono ravvisabili vantaggi in quanto, come è noto, l’articolo 420 c.p.c., anche dopo la modifica apportata dalla legge n. 183 del 2010[16], consente al giudice del lavoro una istruzione piena da svolgersi, tendenzialmente, in una unica udienza. Non si ipotizza, dunque, alcun vantaggio né può affermarsi che, in tema di lavoro, sia preferibile una istruzione sommaria, con il rischio del frazionamento del processo in domanda principale ad eventuale domanda riconvenzionale ipotizzato dall’art. 702 ter, comma 4 c.p.c.[17] rispetto ad  una istruzione piena.

Invero, è proprio la delicatezza delle materie soggette alla tutela del  materia del rito speciale del lavoro[18], che deve suggerire l’utilizzazione di un’istruzione piena ed esauriente e che non deve, in alcun modo, cercare la scorciatoia (non consentita dalla lettera della legge) di una istruzione sommaria, non foriera di alcun particolare vantaggio, ma dell’evidente rischio di un giudizio deciso sulla base di un’istruzione incompleta ed insufficiente[19].

 

4. Conclusione.

Il procedimento sommario di cognizione non si applica al rito speciale del lavoro previsto dall’articolo 409 c.p.c., né per la materia previdenziale (art. 442 c.p.c.), né per quella locatizia (art. 447 bis c.p.c.), in quanto dal dettato degli articoli 702 bis, ter e quater c.p.c. il procedimento sommario di cognizione funge da alternativa al solo processo di cognizione al quale si torna tutte le volte in cui “le difese svolte dalle parti richiedono un’istruzione non sommaria” (art. 702 ter, terzo comma, c.p.c.) in virtù dell’esplicito riferimento all’udienza prevista dall’articolo 183 c.p.c. (prima comparizione delle parti e trattazione della causa); tale  riferimento non consente alcuna interpretazione e/o richiamo, anche implico, alla differente procedura prevista per il rito del lavoro dall’articolo 420 c.p.c..

Da tali considerazioni è necessario, invece, far scaturire un maggior rigore nell’applicazione delle norme che regolano i singoli riti, evitando le contaminazioni che spesso essi patiscono.

 

Prof. Piero Sandulli


[1] In precedenza soltanto il Tribunale di Lamezia Terme, con la sentenza del 12 marzo 2010 ed il Tribunale di Napoli, con la sentenza del 25 maggio 2010, avevano ritenuto applicabile lo schema procedimentale previsto dagli articoli 702 bis e seguenti del codice di rito civile anche nelle controversie di lavoro e quindi anche in quelle relative alla materia previdenziale e locatizia.

[2] S. MENCHINI, L’ultima idea del legislatore per accelerare i tempi della tutela dichiarativa dei diritti: il processo sommario di cognizione, in www.judicium.it. D. DALFINO, Sull’inapplicabilità del nuovo procedimento sommario di cognizione alle cause di lavoro, in Foro It. 2009, V, c. 392; R. GIORDANO, Procedimento sommario i cognizione, in Il Processo civile competitivo (a cura di A. DIDONE), Torino 2010, 713.

[3] E’, pertanto, discutibile l’inquadramento nel quarto libro del codice di rito e non, come sarebbe stato più logico, al termine del secondo libro.

[4] G. OLIVIERI, Il procedimento sommario di cognizione, in F. AULETTA, S. BOCCAGNA, G.P. CALIFANO, G. PIETRA, G. OLIVIERI, N. RASCIO (a cura di), Le norme sul processo civile nella legge per lo sviluppo economico la semplificazione e la competitività, Napoli, 2009, 81.

[5] G. ARIETA, Il rito semplificato di cognizione, in www.judicium.it, il quale rileva come la legge 18 giugno 2009, n. 69 prevede, in sede di delega al Governo, che il nuovo rito sommario divenga modulo “ordinario” di decisione per quei procedimenti, anche in camera di consiglio, in cui sono prevalenti caratteri di semplificazione della trattazione o dell’istruzione della causa, impedendo in tali ipotesi la conversione in rito ordinario.

[6] AA.VV., Studi in onore di Modestino Acone, Napoli, 2010, 737.

[7] F.P. LUISO, Il procedimento sommario di cognizione, in Giur. it., 2009, IV, 10.

[8] In tal modo si modifica il concetto contenuto nell’articolo 345 c.p.c. che fa riferimento esclusivamente ai mezzi di prova “indispensabili” ai fini della decisione. Sul punto vedi G. Ruffini, La prova nel giudizio di appello, Padova 1997.

[9] L’articolo 19 del decreto legislativo numero 5 del 2003 in tema di processo societario (ormai abrogato), che è l’antecedente logico del procedimento in esame, non dava vita ad alcuna ipotesi di giudicato.

[10] Non casualmente la legge 69 del 2009 reca nella sua intestazione quella di “processo civile competitivo”.

[11] Alcuni autori hanno discusso la collocazione del procedimento sommario nel quarto libro in quanto detto rito semplificato candidandosi a sostituire, in presenza delle condizioni necessarie, il giudizio civile, avrebbe dovuto essere inserito, come il processo del lavoro, al termine del secondo libro del codice di rito civile.

[12] Sono escluse quelle in materia agraria (l. 203/1982), in quanto, pur applicandosi ad esse il rito del lavoro, prevedono una composizione collegiale del giudicante.

[13] Il legislatore dove ha voluto ha detto, mentre dove non ha voluto non ha detto e tale esclusione, sia pure tacito, non può, in alcun modo, legittimare una interpretazione estensiva o essere qualificata come una “svista”.

[14] A. CARRATTA, Come cambia il processo civile, Torino, 2009, 139; L. DITRICH, Il nuovo procedimento sommario di cognizione, in Riv. dir. proc., 2009, 6, 1582; P. LUISO, op cit..; contra: C. CONSOLO, La legge di riforma 18.6.2009,n. 69: altri profili significativi a prima lettura, in Corr. Giur., 2009, 882: G. OLIVIERI, op. cit., 84, il quale ritiene compatibili i due riti, in quanto il processo del lavoro è caratterizzato dalla cognizione piena ed è devoluto alla competenza del tribunale in primo grado, in funzione del giudice del lavoro.

[15] E’ sintomatico, al riguardo, che il tempo di dieci giorni prima della udienza, fissata dall’articolo 702 bis, comma terzo c.p.c., richiami quello del processo del lavoro (art. 416 c.p.c.) e non quello, più ampio di venti giorni, fissato dall’art. 166 c.p.c.

[16] La normativa definita dal “collegato lavoro” impone al giudice del lavoro una sua “valutazione conciliativa” da offrire alle parti quale soluzione della controversia.

[17] Con tutto ciò che ne consegue, anche sotto il profilo del diritto alla difesa, dal punto di vista delle garanzie costituzionali (art. 24 Cost.). Vedi al riguardo, P. SANDULLI “Il diritto alla difesa nel procedimento sommario di cognizione”, in Nova Itinera, 2011, 88.

[18] Materia altrettanto delicata cui il legislatore, anche costituzionale, ha sempre prestato una particolare attenzione.

[19] Al riguardo, va ricordato che il Tribunale di Verona, con l’ordine di servizio n. 127/09 del Presidente, ha dato vita ad un gruppo di lavoro per dipanare i dubbi insorti dall’applicazione del procedimento sommario di cognizione. In quella sede (cfr. il risultato dei lavori in Foro it. 2010, V, c. 86) il gruppo di lavoro ha ritenuto che “il procedimento deve ritenersi applicabile solo per le cause strettamente soggette al rito ordinario, in considerazione del fatto che l’art. 702 ter, in caso di incompatibilità della causa con l’istruzione sommaria, prevede unicamente la prosecuzione con la forma ordinaria (art. 183 c.p.c.) e l’art. 54 L. 69/2009 individua il rito del lavoro ed il rito sommario come modelli alternativi”. Sul punto vedi P. PORRECA, La riduzione e semplificazione dei riti, in Il processo civile competitivo (a cura di A. DIDONE) Torino 2010, 1010.

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