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IL FILTRO IN APPELLO NON SI APPLICA AL RECLAMO NEL RITO VELOCE IN MATERIA DI LICENZIAMENTO

La legge n.533/73 si limita a disciplinare l’appello, negli artt.433 ss. c.p.c. e a fare cenno della Cassazione, nell’art.19, solo in relazione all’istituzione di un’apposita sezione per le controversie di lavoro.

Nulla dispone per la revocazione e l’opposizione di terzo né sul possibile raccordo con le disposizioni sulle impugnazioni in generale, norme che possono essere certamente applicate nelle controversie di lavoro, in base ai principi generali, ove compatibili.

Dunque, anche in materia di lavoro, presupposto indispensabile per l’impugnazione della sentenza è l’interesse della parte, che deriva dalla soccombenza totale o parziale nel precedente grado di giudizio.

Sono applicabili le norme che indicano il “catalogo” dei mezzi di impugnazione (art.323 c.p.c.), quelle che dispongono i termini breve e lungo di impugnazione, il cui rispetto dovrà verificarsi alla data del deposito del ricorso in cancelleria ed in considerazione dell’inapplicabilità delle disposizioni sulla sospensione feriale dei termini nel periodo feriale.

In caso di pluralità di impugnazioni occorre tener presente il regime speciale degli artt.434 e 436 c.p.c., con l’onere di notificazione della memoria difensiva contenente l’eventuale appello incidentale.

E’ applicabile anche la riserva di impugnazione degli artt.340 e 361 in quei rari casi di pronuncia di sentenze non definitive.

L’appello è una revisio prioris istantiae, il mezzo per denunciare sia gli errores in procedendo sia quelli in iudicando.

In appello, ai sensi dell’art.437 c.p.c., esiste un divieto di ingresso ai nova, cioè a nuove domande, a nuove eccezioni e a nuovi mezzi di prova, ivi compresi i documenti (dopo le Sentenze gemelle n.8202 e 8203 del 2005).

Si tratta di un mezzo di impugnazione a critica libera, che non prevede una tassatività di motivi, anche se gli interpreti, dopo l’introduzione del filtro in appello, vanno sempre più nella direzione di una classificazione dei motivi.

L’art.436 bis c.p.c. richiama espressamente gli artt.348 bis e 348 ter e deve ritenersi applicabile anche alle controversie di lavoro non solo l’onere di “indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado”, ma anche l’ “indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione di legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata”.

Vale la pena allora di soffermarsi a valutare l’applicabilità di queste norme anche nell’ambito del rito processuale veloce in materia di licenziamento.

Nel rito Fornero la sentenza che viene resa al termine della fase di opposizione, che dovrebbe essere a cognizione piena e con un’istruzione probatoria esauriente, è capricciosamente appellabile con un atto denominato reclamo, anche se in concreto si tratta di un’impugnazione e di un appello.

L’art.1, comma 58 della Legge n.92/2012 delinea i tratti di un mezzo di impugnazione ordinaria “a cognizione piena”. Per questa ragione le poche disposizioni speciali dettate per il “rito speciale al quadrato”, possono essere integrate, secondo l’impostazione generale, invocando le disposizioni dell’appello nel rito del lavoro.

Peraltro il comma 59 reintroduce il giudizio di indispensabilità di nuove prove e documenti già previsto dal terzo comma dell’art.345 c.p.c., quale eccezione al divieto di introduzione di nuovi mezzi di prova in appello, che è stato soppresso, in quella disposizione, dall’art.46, comma 18, della Legge 18 giugno 2009, n.69.

La disciplina tipica della fase di reclamo dovrebbe consentire di sottrarre il grado di impugnazione alla nuova disciplina del filtro in appello, dovendosi ritenere inapplicabili le disposizioni degli artt.342, 348 bis e 348 ter c.p.c., alla stregua di quanto è previsto per l’appello della decisione (in quel caso un’ordinanza) resa all’esito del giudizio di sommaria cognizione.

Credo sia utile dar conto, parlando delle prime applicazioni del filtro in appello nelle controversie di lavoro, dei contenuti della Sentenza del II Collegio della Sezione Lavoro della Corte di Appello di Roma, la n.377 del 29 gennaio 2013, Presidente e Relatore Torrice (commentata su Guida al Diritto, 9, 2013, pp.18 ss. dal Cons. Tatarelli).

La citata sentenza dichiara l’inammissibilità del gravame per la non conformità formale del ricorso in appello al nuovo modello delineato dal legislatore, in quanto dovrebbe essere scritto come una sentenza, consentendo così al giudice di appello di “pervenire in tempi ragionevoli alla definizione del processo”.

Devono allora essere confermate le opinioni di molti studiosi del processo, che si sono già espressi criticando sia il rito Fornero che il filtro in appello, proprio per le gravi ed inaccettabili conseguenze che possono derivare da un’applicazione di norme che sostituiscono giudizi sommari, di mera verosimiglianza, alla cognizione ordinaria ed al merito. Negando, con giudizi prognostici, probabilistici e allo stato degli atti,  la tutela giurisdizionale dei diritti.

Aumentano, soprattutto fra gli avvocati, le preoccupazioni di un’applicazione inadeguata del rito processuale veloce e del filtro in appello, entrambi doni di un governo che era tecnico, ma non certo sul piano processuale.

E forse è uno dei frutti della stessa mente impegnata ad allontanare le parti dal processo, incrementando i costi per l’accesso, sanzionando coloro che non conciliano ed insistono a scommettere sul buon esito della causa che hanno proposto. Forse la stessa mente che offre la verosimiglianza in luogo della verità materiale, sfinendo le parti in percorsi incerti e delineati in modo approssimativo, con un’inaccettabile grado di discrezionalità al Giudice del Lavoro, non più solo nella decisione ma nell’individuazione delle regole da applicare, di volta in volta, al processo.

Al Ministero del Lavoro dicono di lamentarsi con Via Arenula, dove adesso troviamo, insieme a tanti magistrati, anche Cancellieri.

Il Consiglio dell’Ordine di Roma sta invitando il 1 luglio a Roma, al Palazzaccio, le voci più autorevoli della Dottrina e dell’Università, le associazioni forensi specialistiche, l’AGI, l’APL. Vedremo il 10 maggio, a Genova, se il Centro Studi Napolitano prenderà posizione. Abbiamo già invitato i Presidenti delle Sezioni Lavoro di Roma e di Milano, i Magistrati del Tribunale di Roma che abbiamo coinvolto in questi mesi nelle iniziative di aggiornamento professionale e tutti i loro Colleghi di buona volontà ad un convegno unitario, che ci porti fuori da questa palude che hanno definito processo, a discutere e a sottoscrivere un documento unitario per chiedere l’abrogazione dei commi da 47 a 68 dell’art.1 della Legge n.92/2012.

E’ un’occasione per unire le forze, magistrati ed avvocati, intorno ad un problema grave e comune della giustizia, perché non è possibile, in nome della celerità, della speditezza e dell’economia processuale, frazionare le domande, mutare riti, moltiplicare le cause e distribuire i fascicoli. 

Avv. Prof. Riccardo Bolognesi 

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