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Trib. Roma, 13 dicembre 2012, n. 20922. (procedimento monitorio - artt. 633 sgg. c.p.c. - indennitą sostitutiva del preavviso - trattamento di fine rapporto - proposizione di distinti procedimenti - infrazionabilitą del credito - inammissibilitą.)

In mancanza di espressa previsione normativa, non è consentito al lavoratore che agisca in forza di un unico rapporto di lavoro, frazionare le proprie pretese in plurime domande giudiziali, contestuali o scaglionate nel tempo.

Non è consentito alla parte agire separatamente per altre pretese ove, come nel caso in esame, il creditore disponga, fin dal momento della proposizione del primo ricorso, di tutti gli elementi di fatto e di diritto per far valere contestualmente i crediti dovutigli, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l'ordinamento offre alla parte.

  

Si segnala la pronuncia in commento con cui il Tribunale di Roma, aderendo all’orientamento della più recente giurisprudenza di legittimità, ha ritenuto che la frazionabilità delle pretese del lavoratore, attraverso la proposizione di plurime domande giudiziali relative ad un unico rapporto di lavoro, configuri un abuso e sia, pertanto, inammissibile.

Nella fattispecie sottoposta all’attenzione del Tribunale di Roma, il lavoratore ha proposto due distinti procedimenti monitori per ottenere, rispettivamente, il pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso ed il trattamento di fine rapporto, nei confronti del medesimo datore di lavoro ed aventi ad oggetto lo stesso rapporto di lavoro, ottenendo due distinti decreti ingiuntivi.

Il giudice, investito delle opposizioni, dopo aver previamente riunito i procedimenti, ha revocato i decreti ingiuntivi opposti e dichiarato l’inammissibilità di entrambe le domande proposte con i procedimenti monitori, rilevando, d’ufficio, la violazione del principio di infrazionabilità del credito.

In particolare il Giudice capitolino, richiamando la pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte[i]e le più recenti pronunce della Corte di Cassazione, ha ritenuto che la scissione delle pretese creditorie inerenti ad un unico rapporto di lavoro in distinte domande giudiziali, operata dal lavoratore per la sua esclusiva utilità con materiale modificazione aggravativa della posizione del datore di lavoro, si ponga in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto, ma anche nella fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo.

Richiamando una recente decisione della Suprema Corte[ii], il Giudice adito ha osservato come, in forza del principio d’infrazionabilità del credito, non sia consentito alla parte di agire separatamente per altre pretese ove, come nel caso in esame, il creditore disponga, fin dal momento della proposizione del primo ricorso, di tutti gli elementi di fatto e di diritto per far valere contestualmente i crediti dovutigli, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l'ordinamento offre alla parte.

Avv. Andrea Lutri

 


[i]Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, 15 maggio 2007, n. 23726, che ha affermato:Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l'esecuzione del contratto ma anche nell'eventuale fase dell'azione giudiziale per ottenere l'adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l'ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale”.

 

[ii]Corte di Cassazione, Sezione lavoro, 18 marzo 2010, n. 6597: “In tema di interpretazione del giudicato, il decreto ingiuntivo divenuto definitivo che, pronunciando sulla richiesta di pagamento degli acconti sul corrispettivo di un contratto di appalto di opera pubblica - disciplinati, "ratione temporis", dall'art. 35 del d.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, nel testo modificato dall'art. 4 della legge 10 dicembre 1981, n. 741 - e dei "relativi interessi maturati e maturandi, con riserva di proporre in via autonoma azione per interessi convenzionali", ordini il pagamento degli acconti e degli "interessi come richiesti", deve intendersi riferito a tutti gli interessi da ritardo e non ai soli interessi legali: l'art. 35. cit. delinea invero un sistema, compiuto e speciale rispetto al codice civile, comprensivo di tutti gli interessi da ritardo, ed inoltre la riserva di agire separatamente per gli interessi convenzionali, pur se contenuta nella domanda di ingiunzione, non rileva laddove, come nella specie, il creditore disponga, fin dal momento della sua proposizione, di tutti gli elementi di fatto e di diritto per far valere contestualmente i crediti dovutigli sia per il capitale, che per tutti gli interessi, stante il divieto di frazionamento del credito, nascente da unico rapporto obbligatorio, in plurime richieste giudiziali”.

  

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