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Corte App., sezione lavoro, 15 gennaio 2013, n. 377. (processo del lavoro - appello - motivi- art. 434 c.p.c. - omessa indicazione delle modifiche che il giudice di appello deve apportare - conseguenza - inammissibilitÓ - violazione principi del giusto processo e della durata ragionevole - art. 111 Cost.. )

 

La norma di cui all’art. 434 c.p.c., nella nuova formulazione in vigore dall’11 settembre 2012, impone all’appellante l’onere di specificare le parti del provvedimento che vuole impugnare (profilo volitivo); per parti vanno intesi non solo i capi della decisione ma anche tutti i singoli segmenti (o se si vuole, “sottocapi”) che la compongono quando assumano un rilievo autonomo (o di causalità) rispetto alla decisione; deve suggerire le modifiche che dovrebbero essere apportate al provvedimento con riguardo alla ricostruzione del fatto (profilo argomentativo); il rapporto di causa ed effetto fra la violazione di legge che è denunziata e l’esito della lite (profilo di causalità).

L’opzione interpretativa sopra esposta è l’unica che garantisca che nel giudizio di gravame sia assicurato il rispetto della norma di cui all’art. 111 Cost., nei segmenti intimamente correlati del giusto processo e della ragionevole durata 

Prima applicazione della Riforma del regime delle impugnazioni. Inammissibilità dell’appello che non specifichi le modifiche richieste al provvedimento impugnato.

 

 

La Corte di Appello di Roma, con la pronuncia in commento, opta per un’interpretazione dell’art. 434 c.p.c., nella nuova veste disegnata dalla legge sullo sviluppo, particolarmente rigorosa, all’insegna di un formalismo finanche eccessivo.

Come noto la disciplina dell’appello nell’ultimo anno ha subito importanti modifiche (così come accaduto negli anni precedenti e, ancor oggi, per il ricorso per cassazione) finalizzate a ridurre anche il “flusso in entrata” delle impugnazioni, in ragione della loro ragionevole probabilità di accoglimento.

Seguendo questa ratio il legislatore, dopo aver aumentato l’importo del contributo unificato per le impugnazioni (estendendo l’obbligo di pagare il contributo unificato anche per le impugnazioni incidentali) e dopo aver inasprito la misura della condanna alle spese per la parte soccombente ha “chiesto” al Giudice del gravame un giudizio prognostico finalizzato ad eliminare dal ruolo quelle impugnazioni che non abbiano una ragionevole probabilità di accoglimento[1].

Da ultimo l’art. 434 c.p.c., nella versione in vigore dall’11 settembre 2012, prescrive che il ricorso in appello, oltre all’indicazione delle parti del provvedimento che si intendono impugnare ed alla specifica indicazione dei motivi di censura, deve contenere anche le modifiche proposte dall’appellante alla ricostruzione del fatto operata dal giudice di primo grado e l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione di legge e la loro rilevanza sulla decisione impugnata.

Applicando alla lettera il contenuto dell’art 434 c.p.c., il II Collegio della Corte di Appello di Roma ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello proposto, ritenendolo carente sotto il profilo volitivo, non avendo l’appellante indicato al giudice del gravame le specifiche modifiche da apportare ai capi della sentenza che si chiedono di riformare.

A giudizio della Corte l’art. 434 c.p.c., a seguito delle modifiche introdotte dal legislatore della riforma, impone all’appellante di strutturare l’atto di appello “come fosse una sentenza”, in cui alla specifica indicazione dei capi del provvedimento impugnato deve far seguito l’indicazione, per le singole statuizioni o per le singole parti di motivazione oggetto di censura, delle modifiche che si richiedono all’esito del giudizio di gravame, con attenta e precisa ricostruzione delle conclusioni rassegnate, sia in via principale che subordinata.

Il tal modo il giudizio di appello sarebbe coerente con i principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata del processo[2].

L’interpretazione formalistica adottata dalla Corte di Appello di Roma, con la sentenza in commento, apre scenari preoccupanti sul giudizio di gravame ed, in genere, sulle impugnazioni.

Il proliferare di interventi del legislatore finalizzati a disincentivare il ricorso ad impugnazioni meramente strumentali e dilatorie, rischia di tradursi, se di essi viene fatta un’applicazione rigorosa come nella pronuncia in commento, pretendendo che l’avvocato svolga le sue deduzioni in diritto “in guisa di sentenza”, a pena di inammissibilità, in uno strumento certamente deflattivo del contenzioso in cui l’esigenza di una rapida definizione dei giudizi rischia di sacrificare in misura eccessiva il diritto dei cittadini ad una giustizia che non può e non deve essere affidata solo alla qualità del lavoro del difensore.

Tanto più in un processo, come quello del lavoro, le cui regole poggiano sul rispetto della maggior debolezza di una delle parti e nella considerazione del fatto che una difesa così qualificata, sul piano tecnico, forse non è alla portata, economica, di ambo le parti.

Si condivide, in proposito, il pensiero di autorevole dottrina[3], che ha acutamente osservato: “posto che il magistrato non è un burocrate chiamato all’evasione di pratiche, ma adotta determinazioni vitali per uomini e imprese, alla pronuncia di inammissibilità potrà pervenirsi solo dopo una completa e attenta disamina degli atti di causa”.

Avv. Andrea Lutri

 


[1]Si segnala una recentissima pronuncia della Corte di Appello di Roma che ha chiarito la portata della locuzione ragionevole probabilità di accoglimento affermando: “L'appello non ha ragionevoli probabilità di accoglimento quando è prima facie infondato, così palesemente infondato da non meritare che siano destinate ad esso energie del servizio di giustizia, che non sono illimitate; l'ordinanza di cui all'art. 348 bis c.p.c. si inserisce, quindi, in un ampio intervento legislativo volto a sanzionare l'abuso del processo, abuso in cui si risolve l'esercizio del diritto di interporre appello in un quadro di plateale infondatezza” (Corte di Appello Civile di Roma, ordinanza 23 gennaio 2013).

[2]In tal senso Cass.civ, sez. lav., 16 gennaio 2013, n. 878 che ha affermato:“La regola, costituzionalizzata, ed immanente nel processo della sua ragionevole durata sconsiglia infatti l'esercizio di attivita' istruttorie che, seppur in prima battuta ammesse, nel quadro probatorio complessivo non risultino decisive”.

[3]Maurizio Tatarelli, Nell’ampio margine di discrezionalità del giudice il rischio dell’uso non ponderato della disciplina, in Guida al Diritto, 23 febbraio 2013, n.9, pag. 19.

  

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