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Trib. Roma. Ordinanza n. 128057/2013 (Staminali - Stamina Foundation)

IL TRIBUNALE DI ROMA RICONOSCE IL “DIRITTO ALLA SPERANZA” DEI MALATI SENZA VALIDA TERAPIA ALTERNATIVA E DEI FAMILIARI CHE LI ASSISTONO

 

 

Il Giudice del Lavoro ordina la somministrazione delle cellule staminali secondo il protocollo STAMINA FOUNDATION – SPEDALI CIVILI DI BRESCIA in favore di una quarantaseienne malata di Sclerosi Multipla.

 

 

Con ordinanza del 18 novembre 2013, il Tribunale di Roma, IV sezione Lavoro, si è pronunciato in merito alla nota e dibattuta questione dell’uso di cellule staminali adulte su malati che non possono usufruire di valida alternativa terapeutica.

Si tratta di un provvedimento di notevole importanza, soprattutto dopo le limitazioni introdotte dal recente decreto Balduzzi ed il mancato avvio della sperimentazione a seguito del divieto imposto dal Ministero della Salute il 10 ottobre u.s.

L’ordinanza ha accolto integralmente il ricorso cautelare promosso da F. F., quale Amministratore di Sostegno della sorella affetta da sclerosi multipla sin dal 1982, finalizzato ad ottenere la somministrazione di cellule staminali mesenchimali secondo il protocollo Stamina Foundation, previa acquisizione in via d’urgenza del parere del Comitato etico ex art. 6 del d.l. 24 giugno 2003, n. 211, e disapplicando le ordinanze dell’AIFA del 15 maggio 2012 e del 29 novembre 2012, nonché il d.l. 25 marzo 2013, n. 24, convertito con modificazioni in legge 23 maggio 2013, n. 57 (c.d. decreto Balduzzi).

In punto dipericulum in mora il Giudice del Lavoro – a fronte delle dichiarazioni del medico specialista curante, che ha prescritto e confermato in udienza la necessità di ricorrere al trattamento tramite cellule staminali secondo il protocollo STAMINA FOUNDATION “come un’ultima possibilità” –ha ritenuto di dover provvedere “anche solo per tentare di arginare l’aggravamento di una situazione già compromessa in via avanzata a causa delle documentate attuali condizioni di salute” della paziente.

In punto di fumus bonis iuris, pur prendendo atto del rilevante contrasto giurisprudenziale in ambito nazionale, Il Tribunale ha ricondotto la fattispecie al D.M. 5/12/06 n. 25520 (il D.M. TURCO-FAZIO sulle c.d. cure compassionevoli) e ha riscontrato la ricorrenza nel caso di specie di tutti i presupposti applicativi e, in particolare, oltre alla prescrizione del trattamento da parte del medico specialista curante – che ne assume la responsabilità – il consenso informato della paziente, reso dal fratello della donna, quale Amministratore di Sostegno a ciò espressamente autorizzato dal Tribunale Civile di Ostia.

In buona sostanza, il Tribunale di Roma ha rilevato che “si è in presenza di cure di tipo compassionevole, con precipua finalità di sollievo, che possono essere intraprese in determinate circostanze, nel rispetto appunto dei requisiti richiesti dal D.M. citato. Si tratta di trattamenti dettati da considerazioni di pietase circoscritti a casi singoli”.

Quanto al recentissimo Decreto Balduzzi (d.l. 25 marzo 2013, n. 24 conv. con modificazioni in legge 13 maggio 2013, n. 57) – che aveva inteso limitare la somministrazione delle cellule staminali mesenchimali unicamente ai pazienti per i quali tale trattamento era stato avviato (o comunque autorizzato con provvedimento giurisdizionale) presso strutture pubbliche alla data della sua entrata in vigore (27 febbraio 2013) – il Tribunale, pur tenendo conto della finalità perseguita dalla recente normativa, ne ha rilevato i profili di dubbia legittimità costituzionale, essendo il decreto stesso fondato “su criteri del tutto avulsi dalle condizioni di salute dei pazienti, facendosi riferimento ad un mero dato cronologico o all’esito di iniziative giudiziarie già definite in via cautelare”.

Invero, prosegue il Tribunale di Roma, «se l’intento del legislatore d’urgenza (v. “lavori preparatori”), è quello di non deludere le aspettative di quanti si trovino nella condizione di vivere o di assistere persone care affette da malattie che oggi non hanno un’efficace terapia idonea e ancor meno una prospettiva di guarigione, è evidente che la necessità di far fronte ad uno “stato di grave angoscia degli interessati che sperano di ottenere dalla terapia con cellule STAMINA quei benefici che per le gravissime malattie di cui di discute non possono essere offerti dall’impiego di medicinali già autorizzati o sperimentati” (come si legge nella nota illustrativa dello articolo 1 del D.L. n. 24/13) esiste anche per coloro che – per i motivi più disparati – non hanno ancora intrapreso il percorso terapeutico, pur essendo in possesso della certificazione del medico e non hanno ancora ottenuto un provvedimento giudiziario».

In altri termini, dovendo le norme poste dall’ordinamento essere sempre interpretate nell’assoluto rispetto del diritto alla salute tutelato dall’art. 32 Cost., «se la “speranza” costituisce idoneo fondamento normativo ai fini dell’accesso alla terapia e costituisce in sostanza una giustificazione per bypassare le rigidità del D.M. 5/12/06 e i divieti posti dalle ordinanze AIFA 15/05/2012 e 28/11/2012, occorre evitare che la sopravvenuta recente normativa del 2013 generi di fatto una irragionevole discriminazione nei confronti dei nuovi pazienti che chiedono di poter accedere alla cura compassionevole di cui si discute».

Vale a dire che “il diritto alla speranza” dei malati senza valida alternativa terapeutica e dei familiari che li assistono non può essere irragionevolmente limitato.

Dott.ssa Giusi Casella

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